La vita

Eugenio Turri nacque nel 1927 a Grezzana, in provincia di Verona, dove trascorse la giovinezza. Furono anni importanti per la sua formazione: anni di esperienze intense, come la guerra e la vita all’interno della villa veneta in cui viveva, e di forti passioni personali, come la montagna e l’aeromodellismo.

Dopo gli studi universitari, a Milano e Genova, negli anni cinquanta si trasferì definitivamente nella capitale lombarda, dove iniziò a lavorare per il Touring Club Italiano, come cartografo e reporter di viaggio.

Le sue mete privilegiate furono, fin dai suoi primi viaggi, solitari e avventurosi, i paesi aridi dell’Asia e dell’Africa, le cui problematiche diverranno in seguito uno dei suoi argomenti fondamentali di ricerca. I reportage dei suoi viaggi furono pubblicati, insieme alle sue foto, oltre che sulle «Vie del Mondo» del Touring Club Italiano, anche su alcuni importanti periodici dell’epoca, come «Il Mondo» di Mario Pannunzio, «Comunità», e riviste accademiche di geografia.

Negli anni sessanta venne invitato dall’Istituto Geografico De Agostini a dirigere la seconda edizione de Il Milione, importante enciclopedia geografica in dodici volumi: quest’incarico segnò l’inizio di una collaborazione trentennale con la casa editrice di Novara, per la quale ha diretto alcune tra le maggiori opere di geografia, tra cui atlanti e libri di divulgazione.

Parallelamente all’attività editoriale intensificò i suoi viaggi di studio, approfondendo la conoscenza dell’Afghanistan, dell’Iran, dell’Asia centrale e dell’Africa sahariana, in particolare dell’area del Sahel. I suoi viaggi, che ebbero comunque mete in tutti i continenti, furono raccontati in articoli e rubriche giornalistiche, in brevi saggi e soprattutto in libri, come Viaggio all’isola Maurizio, Viaggio a Samarcanda (1963; nuova edizione 2004), La via della Seta, I Nomadi, e Gli uomini delle tende  (1983; nuova edizione 2003), un’opera interamente dedicata al nomadismo.

Seguendo il percorso d’interessi proprio della geografia, è approdato quindi al tema a lui più caro e per il quale è maggiormente noto come scrittore e studioso: il paesaggio. Negli anni settanta ha pubblicato due testi innovativi, che rimangono ancor oggi fondamentali in questo settore di ricerca: Antropologia del paesaggio  (1974; seconda edizione 1981) e Semiologia del paesaggio italiano (1979; seconda edizione 1990).

Dalla metà degli anni novanta si è dedicato intensamente allo studio di questa tematica, che ha approfondito nel corso della sua attività accademica per la Facoltà di Architettura e Urbanistica del Politecnico di Milano e sulla quale ha scritto altri libri fondamentali: Il paesaggio come teatro  (1998; seconda edizione 2006), La megalopoli padana (2000; seconda edizione 2004), La conoscenza del territorio (2002), e infine Il paesaggio e il silenzio (2004), uno dei suoi libri più sentiti, finalista del premio Viareggio. Recente anche Il paesaggio degli uomini: la natura, la cultura, la storia (2003), che riunisce le lezioni del corso di “Geografia del paesaggio” da lui tenuto fino al 2001 al Politecnico di Milano.

Suo privilegiato territorio di studio sono sempre state anche le montagne native del Veronese, da lui stesso definite “territorio-laboratorio”, cui ha dedicato un libro sulla Lessinia (1969) e uno sul Monte Baldo (1971; seconda edizione 1999), oltre a Dentro il paesaggio. Caprino e il Monte Baldo (1982). La sua grande passione per i viaggi si accompagnava infatti all’attaccamento profondo alla sua terra d’origine e ai suoi paesaggi: le colline della Lessinia e il monte Baldo. Questi luoghi erano la sua personale Heimat, un termine e un concetto cui era profondamente legato: Heimat intesa come luogo natale, spazio in cui si riconosce “l’uomo-abitante”, che ha un’immagine precisa del territorio in cui vive.

Iniziò infatti ad amare il paesaggio negli anni della giovinezza, trascorsa all’interno del brolo della villa veneta in cui era nato (Villa Arvedi a Cuzzano) e di cui il padre era castaldo. Fu proprio suo padre a condurlo sulle sommità delle colline che circondano la Valpantena e a comunicargli la passione di osservare il paesaggio sottostante, un paesaggio agrario straordinariamente dolce e bello, curato, armonioso, il paesaggio veneto delle ville e della mezzadria che ha descritto nel suo libro Villa Veneta (1977; nuova edizione 2002). Un paesaggio, quello veneto, di cui ha seguito le vicende storiche dalle epoche primitive fino ai più recenti sviluppi, comprendendo a fondo il cruciale e critico passaggio dal mondo mezzadrile e agrario a quello industriale, che ha raccontato in particolare nel suo libro Il miracolo economico, dalla villa veneta al capannone industriale (1995).

L’amore per le sue montagne si univa alla curiosità verso montagne esotiche: concluse le prime ascensioni italiane alle vette del Gebel Marra (Africa, 1961), dei vulcani Fuego e Agua e del Cerro Quemado (America Centrale, 1966), del Suphan Dag e del Nemrut Dag (Asia, 1958, con V.Bonazzi e A.Berbenni). Tentò anche la prima ascensione al monte Ararat (Asia, 1958).

Il suo interesse per il paesaggio si è esplicato anche in forma di impegno politico e sociale: è stato infatti a lungo consulente per la Pianificazione paesistica e territoriale della Regione Lombardia e della Regione Veneto. Ha fatto parte dei comitati scientifici di alcune riviste geografiche italiane e straniere. Ha dato contributi a opere di enti culturali vari (come la Fondazione Cini, la Fondazione Benetton, la Venaria Reale), istituti bancari, Accademie, Università. Fu anche, negli anni settanta, tra i primi promotori del parco del monte Baldo.

Ha pubblicato libri, come lui stesso li ha definiti, di “geografia vissuta”, raccontata, con una forma di narrativa particolare, che fonde racconto sociologico e aspetti autobiografici. Tra questi, oltre ai già citati Villa veneta e Miracolo economico, Il Bangher (1988) e il recente Viaggio di Abdu. Dall’Oriente all’Occidente (2004), che ha vinto una sezione speciale del Premio Chatwin per la letteratura di viaggio. Un libro che descrive, attraverso le vicende del giovane musicista Abdu, la profonda e a suo vedere insanabile diversità fra Oriente e Occidente. 

Il suo ultimo libro infine, uscito postumo nel 2005, dal titolo Taklimakan. Il deserto da cui non si torna indietro, si discosta dagli altri e costituisce una cifra espressiva originale sviluppata in altri due libri: Il diario del geologo (1967) e Weekend nel Mesozoico (1992). È un libro costruito in forma di brevi prose, una sorta di diario che esprime pensieri e riflessioni nati dall’osservazione del paesaggio, dalle sue esperienze di viaggio in ambienti estremi, difficili, dove il rapporto tra uomo e territorio è in crisi profonda, come il Sahel, ma anche dalle sue irrinunciabili camminate domenicali lungo i sentieri del monte Baldo, che avevano per lui un forte valore mistico, di ricerca interiore.

A conclusione, una delle sue ultime frasi inedite, parole che sintetizzano il senso dei suoi libri e la sua concezione del paesaggio: «I miei libri hanno, secondo il mio intento, l’obiettivo di indagare le relazioni tra uomo e natura, tra cultura e natura, cercando soprattutto di ispirare passione e interesse per il paesaggio, in quanto risultato ultimo, visivo, di portata ambientale, ecologica, dei percorsi storici, sociali e psicologici. Esso è la proiezione del nostro Heimat, dell’ambiente del nostro vivere, riferimento delle nostre più profonde identità. Questa mi sembra la lezione più utile da dare, perché il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali».